sabato 24 dicembre 2016

LA LEGGE DEI VASI COMUNICANTI



La frenesia delle feste natalizie mi mette tristezza. Posso giurare che l’origine della mia tristezza non ha una motivazione ben chiara. Sono triste fino al due di gennaio, poi passa. Ma so di certo che quello che passa a volte ritorna.
Quest’anno forse ho capito da cosa potrebbe derivare questa periodica malinconia. Da una frase di Martin Luther King: “Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo imparato a vivere come fratelli.”
A proposito di fratelli che chiedono aiuto…
Voglio fare gli auguri per il 2017 raccontando uno strano sogno che feci molti anni fa.
Una notte sognai che qualcuno bussava alla porta. Andai ad aprire e mi trovai di fronte un signore che non avevo mai visto prima.
«Sono un coinquilino», mi disse. «E avrei da dirle qualcosa…»
Non avendolo mai visto prima gli chiesi se fosse un nuovo arrivato.
«No!» esclamò. «Non sono un nuovo arrivato. Sono uno che ha camminato…»
«Non capisco!» gli dissi. «Ma mi dica in cosa posso esserle utile.»
«Per quanto tempo pensa che possa durare…?»
«Che cosa non potrà durare?» chiesi, convinto che stesse sbagliando persona.
«Che lei sguazzi nel benessere, mentre io soffro la fame!»
«Ma cosa sta dicendo? Non l’ho mai vista prima d’ora.» risposi io contrariato per quell’accusa immeritata.
«Cerco di spiegarmi meglio», disse lui con molta calma. «Lei deve smetterla di venirmi a mostrare il suo benessere, portandomi qualche avanzo, in segno di compassione, o per mettersi a posto l’anima con il prossimo. Quanto tempo pensa che potrà durare?»
Gli ripetei che continuavo a non capire, che ero infastidito e mi stavo anche irritando un tantino.
Allora lui, sempre con molta calma, iniziò a parlare al plurale.
«Voi per lavarvi la coscienza venite a farci l’elemosina. E intanto ci portate via le nostre risorse. Quelle che madre natura ha dato a noi. No! No! Lo so. Sta per dirmi che ancora non riesce a capire… Che non mi ha mai visto prima d’ora… Eccetera, eccetera. Forse lei personalmente potrebbe avere una parte di ragione. Ma io non sto più dicendo lei, sto dicendo voi
Ero stupito del fatto che il suo argomentare fosse più che giustificato e il tono della voce e l’atteggiamento non fosse di ostilità. Anzi, mostrava molta calma, quasi cordialità. Allora, anche se ero quasi irritato, decisi di assecondarlo nel tono.
«Signore. Forse lei sta sbagliando persona, o addirittura condominio…»
«Vedo che, anche se non comprende quello che voglio dirle, lei è in buona fede», mi rispose. «Allora le voglio raccontare una storiella che l’aiuterà a comprendere…» E iniziò a raccontare, a modo suo, uno dei racconti di Esopo.

«C’era una volta un’anziana donna, che aveva una malattia agli occhi. Per farseli curare chiamò un medico a domicilio.
Iniziate le sue visite a domicilio, dopo aver fatto una diagnosi, il medico le disse che erano necessari una serie di impacchi agli occhi, ma dopo la medicazione doveva tenerli chiusi per qualche tempo. Così avrebbe fatto nelle visite successive.
Quando andava via, uno alla volta, il medico si portava alcuni oggetti preziosi della paziente. E quando disse alla donna che era guarita, e le chiese il compenso pattuito, aveva già portato via tutto quello che gli interessava.
La vecchia, scoprendo l’inganno, si rifiutò di pagarlo, e finirono davanti ad un giudice.
In tribunale la vecchietta si difese così: «Si è vero, ho promesso un compenso se mi avesse guarito gli occhi, ma ora, dopo la cura, sto peggio di prima: Allora, infatti, vedevo tutti gli oggetti nella mia casa, ora dopo la cura non riesco più a vederne nemmeno uno.»

Dopo riprese a dirmi: «Se ho bussato alla sua porta è un caso; avrei potuto bussare al suo vicino o rivolgermi a un passante qualsiasi. Non sarebbe cambiato nulla nelle risposte che avrei ricevuto: “Non so… Non la conosco”». L’uomo mi fece segno di avvicinarmi e a bassa voce aggiunse: «Qualcuno risponde che siamo in troppi…»
Ma a lei, che non mi sembra una persona ostile, voglio dire che per secoli, in tanti, con la scusa di aiutarci siete venuti nelle nostre terre a saccheggiare di tutto. Dai reperti archeologici, alla carne umana usata come schiavi; dalle risorse del sottosuolo per far muovere le vostre macchine, alle scorrazzate nelle savane per safari e inutili trofei.
Oggi noi vi chiediamo di applicare il principio dei vasi comunicanti: un poco di accoglienza che troppo spesso ci viene negata.
Per quanto tempo pensate che possa durare…?»

Quando mi ridestai da quel sogno, non avevo capito che un giorno realmente quell’uomo avrebbe affrontato molti pericoli; attraversato deserti e mari per fuggire dalla fame, dalle malattie, dai soprusi che offendono l’umanità e avrebbe nuovamente bussato alla mia porta per chiedermi di essere aiutato.
Parecchie volte, dopo il sogno, mi sono chiesto quanto tempo sarebbe passato prima che ciò accadesse, e mi sono anche domandato: quando accadrà, io che farò?
Quell’uomo del sogno non era solo il mio vicino di casa: a bussare alla mia porta erano anche i miei vicini di continente; anzi, i nostri coinquilini della terra.

Durante le feste nelle quali in molti, credenti e non credenti, festeggiamo i natali di Gesù Cristo, forse dovremmo anche volgere uno sguardo alla sofferenza di chi chiede un aiuto. Dovremmo farlo, sia in nome di quel figlio sacrificato, che del benefico giovamento che si può avere, come dice Gandhi, nell’imparare a vivere come fratelli.

Francesco Corradino 


giovedì 24 dicembre 2015

DI COSA SI PUÒ AMMALARE UNA DEMOCRAZIA?

 
Sento lamentare tanti che la nostra civiltà è sofferente; che tutto va male e i governanti, invece di mettere a posto le cose, pensano solo ai loro interessi.
La domanda viene spontanea: cosa possiamo fare per cambiare la situazione e far guarire la nostra società? Credo che non esistono risposte semplici a queste domande, ma altre domande. Dobbiamo chiederci cosa ci hanno lasciato in eredità i nostri Padri, cioè coloro che hanno costruito la Repubblica e la Costituzione.
È indiscutibile che ci abbiano lasciato dei tesori da usare, custodire e proteggere. Ma dobbiamo anche chiederci, come li abbiamo custoditi e quale eredità, in proposito, lasceremo ai nostri figli.
Ci sono cittadine e cittadini impegnati ad apportare nuova linfa alla Democrazia; ce ne sono, anche, che vigilano sulla Costituzione; altri, nel loro piccolo, senza far chiasso, si impegnano a risolvere problemi collettivi. Ma si tratta di una piccola minoranza, la maggior parte di noi si occupa prevalentemente degli affari propri, apportando qualche miglioria solo al proprio benessere. Tutti però, quando si tratta di chiedere diritti, ci appelliamo tanto alla Democrazia quanto alla Costituzione.
Se Democrazia e Costituzione sono una ricchezza, ma molti consumano e pochi l’alimentano, quanto può durare?
Credo che queste siano alcune delle cause che indeboliscono la democrazia e di conseguenza la società. E non credo che i colpevoli siano solo i governanti, anche se loro hanno delle forti responsabilità. Credo che ogni cittadino, se soffre di questo malessere, dovrebbe chiedersi cosa ha fatto affinché la Democrazia non si ammalasse.

Per avere qualche indicazione su cosa dovremmo fare per far guarire la nostra civiltà, mi affido proprio a quei Padri che, direttamente o indirettamente, hanno costruito Democrazia e Costituzione.
Riguardo alla Democrazia, parto da lontano chiedendo lumi a Platone. Mentre per sapere cosa ne facciamo della Costituzione, mi affido a Piero Calamandrei, che era tra coloro che l’hanno fatta nascere.


Da: La Repubblica di Platone (360 a.c.)
Quando la città retta a democrazia si ubriaca di libertà confondendola con la licenza, con l’aiuto di cattivi coppieri costretti a comprarsi l’immunità con dosi sempre massicce d’indulgenza verso ogni sorta di illegalità e di soperchieria; quando questa città si copre di fango accettando di farsi serva di uomini di fango per potere continuare a vivere e ad ingrassare nel fango; quando il padre si abbassa al livello del figlio e si mette, bamboleggiando, a copiarlo perché ha paura del figlio; quando il figlio si mette alla pari del padre e, lungi da rispettarlo, impara a disprezzarlo per la sua pavidità; quando il cittadino accetta che, di dovunque venga, chiunque gli capiti in casa, possa acquistarvi gli stessi diritti di chi l’ha costruita e ci è nato; quando i capi tollerano tutto questo per guadagnare voti e consensi in nome di una libertà che divora e corrompe ogni regola ed ordine; c’è da meravigliarsi che l’arbitrio si estenda a tutto e che dappertutto nasca l’anarchia e penetri nelle dimore private e perfino nelle stalle?
In un ambiente siffatto, in cui il maestro teme ed adula gli scolari e gli scolari non tengono in alcun conto i maestri; in cui tutto si mescola e si confonde; in cui chi comanda finge, per comandare sempre di più, di mettersi al servizio di chi è comandato e ne lusinga, per sfruttarli, tutti i vizi; in cui i rapporti tra gli uni e gli altri sono regolati soltanto dalle reciproche convenienze nelle reciproche tolleranze; in cui la demagogia dell’uguaglianza rende impraticabile qualsiasi selezione, ed anzi costringe tutti a misurare il passo delle gambe su chi le ha più corte; in cui l’unico rimedio contro il favoritismo consiste nella molteplicità e moltiplicazione dei favori; in cui tutto è concesso a tutti in modo che tutti ne diventino complici; in un ambiente siffatto, quando raggiunge il culmine dell’anarchia e nessuno è più sicuro di nulla e nessuno è più padrone di qualcosa perché tutti lo sono, anche del suo letto e della sua madia a parità di diritti con lui e i rifiuti si ammonticchiano per le strade perché nessuno può comandare a nessuno di sgombrarli; in un ambiente siffatto, dico, pensi tu che il cittadino accorrerebbe a difendere la libertà, quella libertà, dal pericolo dell’autoritarismo?
Ecco, secondo me, come nascono le dittature. Esse hanno due madri.
Una è l’oligarchia quando degenera, per le sue lotte interne, in satrapia. L’altra è la democrazia quando, per sete di libertà e per l’inettitudine dei suoi capi, precipita nella corruzione e nella paralisi.
Allora la gente si separa da coloro cui fa la colpa di averla condotta a tale disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza che della dittatura è pronuba e levatrice.
Così la democrazia muore: per abuso di se stessa.
E prima che nel sangue, nel ridicolo”.

Tratto da: Discorso sulla Costituzione di Piero Calamandrei (1955)
La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica. È un po’ una malattia dei giovani l’indifferentismo.
«La politica è una brutta cosa. Che me n’importa della politica?». Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda ad un marinaio: «Ma siamo in pericolo?» E questo dice: «Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda». Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno. Dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda». Quello dice: «
Che me ne importa? Non è mica mio!». Questo è l’indifferentismo alla politica”.

Aver scambiato la Democrazia per licenza, lo Stato per una mucca da mungere, e la Carta costituzionale per un rotolo da gabinetto. Questo ci dicono Platone e Calamandrei. E queste, credo, siano le responsabilità di tanti governanti e di molti cittadini: aver infettato la Democrazia per ABUSO di se stessa, e maltrattata la Costituzione per l’IGNORANZA di esserne possessori.
                                                                                                    
         
                                                                                                 Francesco Corradino
 










 

venerdì 15 maggio 2015

LIBERIAMO LA METÀ DI OGNI SPIAGGIA DA INSEDIAMENTI FISSI

                                                     
LE SPIAGGE DOVREBBERO ESSERE DI TUTTI, 
O SOLO DI CHI PUÒ PAGARE?

Quando arriva la stagione balneare mi domando quali categorie di cittadini, nel nostro Paese, hanno diritto all’utilizzo delle spiagge.
Molte spiagge italiane sono occupate da eccessivi insediamenti balneari. È la conseguenza di troppe concessioni demaniali rilasciate a scopo di sfruttamento privato. Il risultato è che, soprattutto nelle zone più frequentate, sono quasi sparite le spiagge libere. Chi sono i responsabili di questo abuso?
Penso che i colpevoli non vadano cercati solo fra gli amministratori pubblici, ma fra noi cittadini, perché non ci siamo ribellati al lento perpetrarsi di questo “furto”.

Queste due foto (estate 2014) riprendono due tratti della stessa spiaggia; entrambe sono spiagge organizzate. Siamo nel Salento, Torre dell'Orso, comune di Melendugno (Lecce). Ma cosa hanno di differente, oltre gli spazi? La differenza è nella civiltà con la quale sono concepite le due gestioni.

Concessioni demaniali a sfruttamento intensivo
Concessioni limitate, spiagge ruspanti




















Scrivo questo articolo, non per una critica negativa al Comune di Melendugno, ma per un elogio ad un civile utilizzo di una piccola parte delle sue spiagge.
Nelle concessioni demaniali senza limiti, tutta l'area era un deposito di oggetti allineati come un esercito in attesa di sferrare un attacco al nemico. Ogni spazio di quel tratto di spiaggia era occupato da qualcosa: edifici provvisori o stanziali, capanni, ombrelloni, lettini, sdraio ecc. Non un metro quadro di spazio senza oggetti. In una di queste gestioni, un tratto di mare vicino la riva e parte della battigia erano invasi da un gruppo di persone che ballava al ritmo di un fastidioso rumore emesso da un enorme subwoofer. Il suono, più che a della musica, somigliava ad un cannone che sparava come una mitraglia. Il gruppo di bagnanti si muoveva simultaneamente, imitando un animatore dello stabilimento che per mezzo di altoparlanti (anch'essi invasori della spiaggia), li incitava alla danza. Per transitare in quella parte di spiaggia bisognava necessariamente farsi spazio fra gli improvvisati “ballerini”.
Un altro tratto della stessa spiaggia, anch'essa in gestione, che  per la semplicità d’organizzazione chiamo ruspante, era organizzata in modo, permettetemi di definirlo, civile. Chi voleva un ombrellone, una sdraio o un lettino, lo poteva affittare, anche per tutta la giornata, ad un prezzo ragionevole. La sera, però, quando tutti i bagnanti andavano via il personale della gestione ripuliva la spiaggia da qualunque oggetto, lasciandola fruibile e, sottolineo, libera a chiunque per l'indomani. 

Concessione limitata alla fornitura temporanea di sedie e ombrelloni, ma con servizio di salvataggio e pulizia spiaggia.

Trovare al mattino una spiaggia completamente pulita e libera non è un sogno ma “antica” realtà: in quel tratto di spiaggia di Torre dell'Orso, grazie ad una futuristica (anche se antica) concessione, ognuno può mettere l'ombrellone nel punto che desidera, sia che lo porti da casa o che lo affitti dal gestore, ma quando il bagnante va via il gestore ritira i suoi ombrelloni e quel posto rimane fruibile da altri. Questo si può definire equo utilizzo di un bene comune!
Una cosa non mi è chiara però, un'ordinanza del comune di Melendugno, affissa in spiaggia, in alcuni dei suoi 15 punti recita: "VIETATO occupare la spiaggia a cinque metri dalla battigia [...]; VIETATO praticare qualsiasi gioco, sia a terra che in acqua, che possa arrecare pericolo, disturbo, molestia ad altri [...]; VIETATO tenere ad alto volume juke-box, apparecchi di diffusione sonora […]" ecc. Non mi è chiaro se quest'ordinanza riguarda soltanto le spiagge libere o parzialmente libere, mentre in quelle occupate da concessioni fisse si può fare ciò che si vuole?
Nella mia visione dei beni comuni c'è un'altra cosa che non riesco a capire: il gestore di quel tratto di spiaggia ruspante mi disse che non riesce ad ottenere dal Comune il permesso per istallare dei servizi. Mi chiedo quale “civile” amministrazione di un bene pubblico, impedisce al gestore di una spiaggia organizzata ma libera di ottenere il permesso per istallare dei servizi ? Forse che, alla scadenza, questa equa concessione non verrà più rinnovata e anche questo spazio, già ridottissimo, verrà destinato allo sfruttamento intensivo a favore solo di chi può riservarsi un posto in spiaggia per tutta l’estate; in certi casi utilizzandolo solo pochi giorni in tutta la stagione balneare.
La mia, ripeto, non vuole essere una critica all'amministrazione di Melendugno e alla spiaggia di Torre dell'Orso: situazioni molto vergognose ne ho viste in quasi tutto il litorale italiano; il mio vuole essere un elogio a tutti i Comuni che hanno già iniziato ad adottare un utilizzo più equo delle spiagge; ma è anche un grido di protesta per tutte le spiagge usurpate al popolo che non può pagare.

Chiediamo insieme che almeno la metà di ogni spiaggia, in tutto il territorio italiano, venga liberata da insediamenti fissi, o sia destinata ad una gestione come quella di Torre dell’Orso.
In questo modo, qualsiasi cittadino avrebbe la possibilità di godere di un bene che madre natura ha dato all'umanità intera, non soltanto a chi ha già il privilegio del benessere economico.
Mi sembra equa la proposta di lasciare la metà di tutte le spiagge del Paese a coloro che sono contenti di vedere dal loro lettino, al posto del mare lo schienale della sdraio che hanno davanti e al posto del cielo il colore dell'ombrellone che li ospita; non biasimiamo chi ha questo bisogno, ma vorremmo ( mi faccio portavoce di tanti) che almeno l'altra metà delle spiagge venga restituita a tutti.
Il primo comma dell'articolo 21 della Costituzione italiana da facoltà ad ogni cittadino di protestare o proporre comuni soluzioni. “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”
Mi avvalgo di questa facoltà per fare la mia parte: esporre comuni necessità. Per questo cerco collaboratori che, tramite la rete o le proprie conoscenze, mi aiutino a divulgare ad amici, amministratori di beni pubblici, sindaci, cittadini che cercano un mondo più “pulito”, questo messaggio, affinché possiamo sperare che la gestione delle spiagge possa, un domani, diventare più equa; come già avviene in molti altri Paesi europei.
Per cambiare le cose, come ci ha insegnato M. Ghandi,Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere”.
Per chiedere di liberare la metà di ogni spiaggia da insediamenti fissi,  si può aderire alla petizione di proposta, oltre che di protesta, al link: http://petizionepubblica.it/PeticaoVer.aspx?pi=peti2015
Al raggiungimento di un numero sufficiente di adesioni, la petizione verrà inoltrata alle autorità competenti.

Chi vuole collaborare per una azione attiva, può contattarmi:
E-mail:francesco.corradino.blogger@gmail.com
                                                                                Francesco Corradino
                                                                                      


mercoledì 17 dicembre 2014

OMAGGIO AI SOGNATORI

           
 GOCCE DI MATERIA e FRAMMENTI DI TEMPO

Per realizzare sogni e idee a volte
basta avere progetti e denaro.
Quando non c'è denaro, ma soltanto
idee e sogni, essi nascono e nell'istante
successivo possono morire.

Ma i veri sognatori non si arrendono
facilmente alla morte dei loro sogni:
con pazienza mettono insieme
gocce di materia strappate all'universo
e frammenti di tempo presi dall'eternità
e fanno germogliare sogni e idee.

Il resto dell'umanità chiama questi
sognatori, utopisti.
Ma è proprio dall'opera dei sognatori
di ieri che oggi molti esseri umani
traggono beneficio”.
                                                   F. C.     
                                                                                              

venerdì 20 giugno 2014

La legge DEVE ESSERE uguale per tutti!

 Questa lettera ( personalizzata per ogni destinatario) è stata inviata

Al sig. Presidente della REPUBBLICA ITALIANA [ROMA]
Al sig. Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura [ROMA]
Al sig. Presidente della Suprema Corte Costituzionale [ROMA]
Al sig. Presidente del Consiglio dei Ministri [ROMA]
Al sig. MINISTRO DELLA GIUSTIZIA [ROMA]
Al sig. Presidente del Senato della Repubblica [ROMA]
Al sig. Presidente della Camera della Repubblica [ROMA]
E p.c. ad alcuni mezzi di informazione.


Raccolgo adesioni, per chiedere che venga sostituita la scritta “La legge è uguale per tutti”, che sovrasta gli scranni delle aule di giustizia, con un'altra scritta priva di falsità e d'ipocrisia:
La legge deve essere uguale per tutti!

L'articolo 3 della Costituzione, nel primo comma, dice che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge. I Padri costituenti non potevano usare parole più sagge. Ma nell'applicazione, l'articolo tre viene rispettato?
È dimostrabile che tutti i cittadini non possono ricevere pari dignità dalle istituzioni se l'applicazione della legge non è uguale per tutti.
Una quarantina di anni fa, nel dialetto del mio paese natale, sentivo pronunciare questo detto popolare: “ Cu avi sordi e amicizia sinni futti da giustizia!”. I detti popolari difficilmente contengono falsità. Spesso chi aveva amici influenti e danaro a sufficienza, riusciva a sfuggire alle maglie della giustizia.
Dopo quarant'anni mi sembra che non sia cambiato niente. Oggi che vivo in una grande città la stessa frase la sento pronunciare in italiano, ma il senso non è cambiato: “La giustizia non è uguale per tutti!
Forse tale convinzione scaturisce dalla sensazione che abbiamo noi cittadini a seguito della troppa “indulgenza” che la giustizia ha verso alcuni potentati che hanno conoscenze in politica o in “paradiso”.
Quale idea si fa della giustizia un cittadino, che crede di vivere in una società del diritto e del dovere, quando si accorge che l'applicazione della legge è uguale solo per tutti i più deboli economicamente?
Nel 1794 il giurista, illuminista, Cesare Beccaria pubblicava il trattato dal titoloDei delitti e delle pene” nel quale definiva qualunque reato “...un danno alla società, e quindi all'utilità comune.
Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino”,la condanna, raccomandava Beccaria,“dev'essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi”.
Negli anni successivi la pubblicazione, il saggio di Beccaria influenzò filosofi, giuristi e pensatori in tutta Europa. Al pensiero di Beccaria, allora, si unì l'azione dell'Accademia dei Pugni, e ad esso si ispirarono illuministi come Voltaire e Diderot, e uomini di stato di diversi paesi. Persino la Zarina Caterina di Russia ne adottò apertamente il principio. Mentre, oltre oceano, i Padri fondatori degli Stati Uniti d'America, definendo il lavoro di Beccaria un autentico capolavoro, ne presero spunto per le leggi costituzionali statunitensi.
Ma cosa succede nel nostro Paese, patria di Cesare Beccaria?
Possiamo dire, ed è comune convinzione, che le cose non siano andate in quel verso. In barba ai consigli di Beccaria, capita che da un lato ai più deboli, per pochi tributi non pagati, si pignorano case o beni persino di attività produttive; mentre sull'altro fronte, alla “casta” per gravi reati, vengono comminate condanne irrisorie.
Due documentati casi, opposti, come esempio: un ragazzo, a Torino, dopo essersi licenziato perché non riceveva lo stipendio da sei mesi, denuncia alla magistratura il fatto. Al processo il datore di lavoro viene condannato, ma non avendo alcun bene intestato alla sua persona, non paga né il lavoratore e nemmeno le spese processuali. Qui per il giovane lavoratore interviene la “giustizia”: oltre il danno la beffa, lo Stato chiede al lavoratore già danneggiato le spese processuali.
In un caso opposto, nella casta, ad un politico condannato per evasione fiscale di svariati milioni di euro, viene “inflitta” una pena ridicola: quattro ore settimanali di assegnazione ai servizi sociali per un anno. A questo evasore, che come diceva Beccaria ha arrecato un danno alla società, e quindi all'utilità comune, viene data da scontare una pena più adatta ad un adolescente che ha commesso una grave bravata.
Mi chiedo: quanti cittadini sarebbero disposti a imitare il ragazzo di Torino e quanti invece pronti a frodare lo Stato di qualche milione di euro, sapendo di dover pagare con quattro ore di assegnazione ai servizi sociali?
Sono due casi soltanto esemplificativi, ma, purtroppo, di corrotti e corruttori, che piegano le leggi dello Stato usando la politica, nel nostro Paese se ne possono elencare a migliaia.
Mi sembra evidente che di fronte a questa realtà troppo diffusa, qualsiasi cittadino che abbia un minimo senso dello Stato possa pensare che la legge non è uguale per tutti. E chiunque, purtroppo, può perdere fiducia nelle istituzioni.

Beccaria raccomandava di non far durare troppo i processi, per non rallentare il corso della giustizia, per non dare la sensazione di una giustizia impotente; raccomandava anche di non trasformare i processi in spettacolo. Ma cosa avviene nelle nostre istituzioni? Per onorare le raccomandazioni di Beccaria, avviene che un politico, imputato, già condannato per altri reati, abbia facoltà di farsi difendere da un avvocato da lui stesso messo nelle liste elettorali e portato in parlamento. Per fare cosa, se non spettacolarizzare i suoi processi e manipolare il legittimo impedimento in tutte le salse possibili?
Piccola nota (si fa per dire, piccola): l'avvocato in questione, “Onorevole” è secondo tra gli assenteisti in parlamento, circa 95% di assenze, ma primo in classifica per inefficienza parlamentare. Alla faccia del conflitto di interesse! Ma che Paese stiamo costruendo?
La domanda viene spontanea: sono i giudici che non sono capaci di assicurare una giustizia uguale per tutti, o è la politica che non dà ai giudici i mezzi per amministrarla? E chi governa il Paese, lo fa secondo i criteri di quell'equità che detta la Costituzione o lo fa secondo gli interessi personali di alcuni parlamentari corrotti o corruttori?
Mi sembra chiaro che scardinando il sistema giudiziario, alla “casta” e a certi politici, è stato più facile piegare la legge e la giustizia a loro uso e consumo. Tanto, alla fine, chi paga tutte le inefficienze dello Stato è sempre l'anello più debole del sistema. Non ci si meravigli se i ragazzi crescono con l'idea che frodare lo Stato può essere più conveniente e sicuro di un lavoro.

Ho avuto la fortuna di frequentare per un periodo i palazzi di giustizia. Per fortuna non da imputato ma da giudice popolare. In quell'esperienza ho acquisito la consapevolezza di quanta fatica facciano molti giudici nel cercar di applicare le leggi o farle rispettare.
Spesso molti avvocati usano i cavilli giudiziari come strumento di difesa, allungando i tempi del processo fino a farli giungere in prescrizione. Mi è capitato persino di essere chiamato in riunione alle nove di sera, per evitare che un mafioso venisse scarcerato per decorrenza dei termini. Se il giudice titolare non fosse stato attento, quel malvivente sarebbe stato scarcerato allo scadere della mezzanotte.
Povero Cesare Beccaria! Siamo il paese dove un processo non si può celebrare perché l'avvocato dell'imputato, (“onorevole”), quasi sempre assente , quel giorno (combinazione) è in parlamento a fare un illegittimo impedimento.
Ma siamo anche il Paese dove ad un ragazzo che ha appena debuttato nel mondo del lavoro e perde sei tra i primi nove stipendi, lo Stato chiede il pagamento delle spese processuali. Che Bel Paese è questo?
Però un punto converge con le raccomandazioni di Beccaria e di tanti altri ispiratori di giusta giustizia e necessaria moralità: abbiamo fatto scrivere nelle aule di tutti i tribunali che La legge è uguale per tutti. Ironicamente, vorrei che si aggiungesse: per tutti coloro che non hanno soldi e amicizie...
Ma la mia non vuole essere ironia; voglio soltanto chiedere una piccola modifica alla falsa, quanto imperiosa frase, La legge è uguale per tutti, facendola diventare:
La legge deve essere uguale per tutti!

Chi ritiene che le mie non sono soltanto fantasie e che l'articolo 3 della Costituzione non viene rispettato, può dar voce a questa iniziativa che mi è stata ispirata o “suggerita” da Cesare Beccaria, Pietro Verri, Giuseppe Mazzini, Benedetto Croce, Alcide De Gasperi, Piero Calamandrei, Ferruccio Parri e tanti altri cittadini possessori di un “istinto morale”.


                                                                                             Francesco Corradino 

                              http://francescocorradino.blogspot.it/




venerdì 7 febbraio 2014

GENTE che CONTA

                   
                ARIA, TERRA, ACQUA, FUOCO
                           Sono quattro gli elementi,
                      “radici” immutabili dell'universo.

            MATTEO, MARCO, LUCA, GIOVANNI.
                Sono quattro i vangeli scelti dai cristiani,
                    per raccontare l'opera di Gesù Cristo.
           

                      TRAMONTANA, OSTRO, LEVANTE, PONENTE.
                                              Quattro sono i venti principali 
                                         che spingono per i mari le vele ai marinai.

                                EST, OVEST, NORD, SUD.
                Quattro i punti cardinali che orientano il cammino.

                                    Uno, due, tre, quattro...
             Sono quattro le stagioni e dell'aritmetica le operazioni;
                      quattro gli occhi che vedono più di due;
                quattro le giornate di Napoli, per l'Italia liberata.

                                     QUATTRO! ALMENO QUATTRO!
      Sono i numeri che dovremmo scandire nella mente prima di parlare.

                  Quattro preziosi secondi, che ci fanno diventare
                                   GENTE, CHE SA CONTARE.

                                                                                                F.C.